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Le Nostre Parole

Reimpariamo a parlare: una nuova semantica nella comunicazione digitale

di Paola Pirri e Lara Cesari

da | Mar 15, 2021 | Letture

Le parole che scegliamo nel nostro dialogo interiore e che utilizziamo quando interagiamo con gli altri sono molto di più di semplici parole.

Il linguaggio è un segnale intenso di appartenenza, testimonia la condivisione di una cultura, ne racconta la storia, i valori e l’evoluzione, e ad ascoltarlo bene, ne trasferisce gli assunti di base.

Questo avviene con le lingue che hanno un profondo legame con la cultura del paese che le ha generate, ad esempio la parola Awesome in inglese britannico indica meraviglia e stupore, nello slang americano può essere tradotta come eccezionale, straordinario; i pants britannici sono ciò che si indossa sotto i pantaloni, in americano quello che si indossa sopra le gambe; la parola mug è nel vecchio continente tazza di tè o stupido, scemo, che in slang americano diventa teppista, delinquente.

Queste trasformazioni linguistiche ci raccontano anche di alcune differenze negli assunti di base delle due culture, una più misurata, l’altra più libera di accogliere eccessi, una più riservata e l’altra più sfacciata, una più amante del controllo e l’altra disponibile alle trasgressioni.

Questo legame fra linguaggio e cultura è condiviso anche all’interno delle organizzazioni, dove gli assunti di base, i valori, le regole di convivenza emergono nelle espressioni lessicali che le persone utilizzano nell’esprimere il proprio pensiero, i vissuti e le intenzioni.

Se in un’organizzazione senti spesso pronunciare la parola giudizio quando si parla di feedback, probabilmente sei in un contesto dove è poco diffusa la cultura dello sviluppo attraverso il feedback e dove le persone si scontrano con le proprie resistenze nel riceverli o formularli. Quando senti criticare l’eccessivo uso di terminologie anglosassoni in riferimento a parole che non hanno un termine esattamente corrispondente in italiano, come manager, leadership, feedback, sai di essere in un contesto decisamente chiuso, che ha poche e ben limitate connessioni internazionali.

Le parole che usiamo sono anche specchio del nostro pensiero, del modo in cui raccogliamo e organizziamo le informazioni; se le si ascolta raccontano le nostre convinzioni, il nostro modo di interpretare la realtà e leggere i contesti; sono espressione dei modelli che organizzano il nostro pensiero.

L’atto di pensare altro non è che un dialogo interiore, uno scambio continuo, inarrestabile. E le parole non sono neutre anche quando scegliamo di usare parole neutre, quando le udiamo ci accorgiamo di trovarci davanti a una persona distaccata, che osserva, che non è coinvolta, che prova tiepide emozioni, che si muove in modo freddo. Disporsi a porre una rinnovata attenzione al linguaggio che scegliamo di agire con noi stessi e con gli altri significa di fatto scegliere di cambiare, perché per accogliere nuove e diverse parole e lasciar andare vecchie espressioni, occorre prima di tutto arricchire gli schemi con cui osserviamo noi stessi, gli altri e il mondo.

Le parole hanno potere trasformativo e oggi questa virtù possiamo comprenderla e conquistarla, consapevoli che una volta intrapreso un percorso di nuova semantica del linguaggio abbiamo iniziato anche a cambiare il nostro pensiero, l’impatto che abbiamo in noi stessi e negli altri.
Perché oggi c’è così tanto bisogno di parlarne?

Perché quando la comunicazione si fa prevalentemente digitale le parole riconquistano un grande potere, a fronte di un indebolimento dei canali non verbale e paraverbale, che mediano una massa inferiore di informazioni rispetto al de visu e che sono decisamente meno controllabili.
E perché oggi, tragico tempo in cui vivere, c’è una grande disponibilità a cambiare e un desiderio diffuso di esplorare un nuovo modo di relazionarsi e lavorare insieme.

Mai come ora viviamo quotidianamente in contatto con la discontinuità e con essa facciamo ogni giorno un passo dopo l’altro costantemente dentro una diversa dimensione del tempo. Un tempo per nulla lontano vivevamo l’oggi nella sua pienezza, cercando di raggiungere i risultati che maneggiavamo con lo sforzo dell’impegno e con la disinvoltura dell’expertise, sentivamo il passato come un percorso, un viaggio compiuto e il futuro come un progetto verso cui tendere.

Oggi il passato è nostalgia e fra noi e lui c’è una barriera invalicabile e definitiva, poiché sappiamo intimamente che nulla tornerà come prima e che sapremo adattarci a una diversa quotidianità; l’oggi è instabile e mutevole, poco padroneggiabile, poco conoscibile con le nostre storiche e consolidate categorie di pensiero e osservazione; il futuro è effimero, volatile, non prevedibile ed è quasi blasfemo pensare di poter fare progetti, perché la morte, la malattia non sono più, seppure illusoriamente, negabili, dimenticabili.

Viviamo in un clima sociale universalmente luttuoso, spinti da una duplice tensione: da un lato il bisogno di restare dentro la sofferenza, dall’altro il desiderio di ritrovare un rinnovato benessere. Dobbiamo e vogliamo continuare a fare un passo dopo l’altro, avendo aperto gli occhi su quattro grandi scoperte e altrettanti corrispondenti rigenerati bisogni.

La scoperta della nostra vulnerabilità: abbiamo sperimentato che l’esperienza umana è costantemente segnata dal confronto con eventi inattesi capaci di cambiare in modo imprevisto il destino. Alla scoperta della vulnerabilità corrisponde oggi il bisogno di sentirsi efficaci, di contrastare il senso di debolezza e inadeguatezza, di ricercare realizzazione, riconoscibilità, unicità, visibilità.

La scoperta della volatilità delle categorie di interpretazione della realtà, la scoperta del valore effimero delle certezze e dell’irrinunciabilità del “non lo so”, ci porta a far evolvere nuove e più inclusive forme di pensiero e a comprendere la necessità della capacità di dubitare delle proprie categorie di interpretazione. Alla scoperta della volatilità corrisponde oggi il bisogno della ricerca di senso, per stabilizzare l’instabile, per dare densità a un’idea, per poter lasciare un’impronta.

La scoperta della deriva cui conduce l’isolamento: abbiamo scoperto l’impatto che l’isolamento ha su di noi e sulle persone, sul timore di esclusione, sulla diffidenza, sul difficile equilibrio fra le nostre identità multiple, sul bisogno di iperconnessione affinchè nulla ci sfugga o ci prescinda. Alla scoperta della deriva dell’isolamento corrisponde oggi il bisogno e la ricerca di intimità e fiducia, per ritrovare i propri confini sociali e identitari, per sentire l’irrinunciabilità della nostra presenza nel contesto, per sentirci pienamente visti, accolti, desiderati, utili.

La scoperta dell’intensità delle emozioni, della paura, del dolore e della rabbia, emozioni da sempre custodite con cura e ora riemerse con impeto nella nostra quotidianità; spendiamo molte energie per tenerle a bada, sublimarle, canalizzarle, soffocarle, spendiamo molte energie anche per guardarci attoniti quando emergono senza filtri sufficienti, domandandoci perchè in certe situazioni diventano così pervasive ed esplosive. Guardandoci intorno vediamo fronti aggrottate, sorrisi tirati, sguardi tristi e disorientati, siamo immersi in una diffusa difficoltà a gioire, forse per non essere tacciati di fatuità, in una permeante difficoltà ad accogliere la lievità come occasione per stare bene anziché come segnale di superficialità. Dalla scoperta dell’intensità delle emozioni deriva il bisogno di sollievo, di provare piacere, di dimenticanza, di riappropriazione del desiderio.

I nostri compagni di viaggio, fluttuando nel loro peso e nella loro pregnanza, sono questi: vulnerabilità, volatilità, isolamento, intensità delle emozioni.

E con loro i nostri bisogni di sentirci efficaci, di percepire il senso delle cose, di essere inclusi, di provare sollievo.

Noi manager possiamo fare qualcosa nella quotidianità. A partire dalle parole, dal linguaggio, dalle intenzioni.

Seguiteci, perchè approfondiremo il tema in più puntate dedicate.

 

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organizzazione puoi scrivere Francesca Sollazzo  f.sollazzo@hxo.it

 

da | Mar 15, 2021 | Letture

Le parole che scegliamo nel nostro dialogo interiore e che utilizziamo quando interagiamo con gli altri sono molto di più di semplici parole.

Il linguaggio è un segnale intenso di appartenenza, testimonia la condivisione di una cultura, ne racconta la storia, i valori e l’evoluzione, e ad ascoltarlo bene, ne trasferisce gli assunti di base.

Questo avviene con le lingue che hanno un profondo legame con la cultura del paese che le ha generate, ad esempio la parola Awesome in inglese britannico indica meraviglia e stupore, nello slang americano può essere tradotta come eccezionale, straordinario; i pants britannici sono ciò che si indossa sotto i pantaloni, in americano quello che si indossa sopra le gambe; la parola mug è nel vecchio continente tazza di tè o stupido, scemo, che in slang americano diventa teppista, delinquente.

Queste trasformazioni linguistiche ci raccontano anche di alcune differenze negli assunti di base delle due culture, una più misurata, l’altra più libera di accogliere eccessi, una più riservata e l’altra più sfacciata, una più amante del controllo e l’altra disponibile alle trasgressioni.

Questo legame fra linguaggio e cultura è condiviso anche all’interno delle organizzazioni, dove gli assunti di base, i valori, le regole di convivenza emergono nelle espressioni lessicali che le persone utilizzano nell’esprimere il proprio pensiero, i vissuti e le intenzioni.

Se in un’organizzazione senti spesso pronunciare la parola giudizio quando si parla di feedback, probabilmente sei in un contesto dove è poco diffusa la cultura dello sviluppo attraverso il feedback e dove le persone si scontrano con le proprie resistenze nel riceverli o formularli. Quando senti criticare l’eccessivo uso di terminologie anglosassoni in riferimento a parole che non hanno un termine esattamente corrispondente in italiano, come manager, leadership, feedback, sai di essere in un contesto decisamente chiuso, che ha poche e ben limitate connessioni internazionali.

Le parole che usiamo sono anche specchio del nostro pensiero, del modo in cui raccogliamo e organizziamo le informazioni; se le si ascolta raccontano le nostre convinzioni, il nostro modo di interpretare la realtà e leggere i contesti; sono espressione dei modelli che organizzano il nostro pensiero.

L’atto di pensare altro non è che un dialogo interiore, uno scambio continuo, inarrestabile. E le parole non sono neutre anche quando scegliamo di usare parole neutre, quando le udiamo ci accorgiamo di trovarci davanti a una persona distaccata, che osserva, che non è coinvolta, che prova tiepide emozioni, che si muove in modo freddo. Disporsi a porre una rinnovata attenzione al linguaggio che scegliamo di agire con noi stessi e con gli altri significa di fatto scegliere di cambiare, perché per accogliere nuove e diverse parole e lasciar andare vecchie espressioni, occorre prima di tutto arricchire gli schemi con cui osserviamo noi stessi, gli altri e il mondo.

Le parole hanno potere trasformativo e oggi questa virtù possiamo comprenderla e conquistarla, consapevoli che una volta intrapreso un percorso di nuova semantica del linguaggio abbiamo iniziato anche a cambiare il nostro pensiero, l’impatto che abbiamo in noi stessi e negli altri.
Perché oggi c’è così tanto bisogno di parlarne?

Perché quando la comunicazione si fa prevalentemente digitale le parole riconquistano un grande potere, a fronte di un indebolimento dei canali non verbale e paraverbale, che mediano una massa inferiore di informazioni rispetto al de visu e che sono decisamente meno controllabili.
E perché oggi, tragico tempo in cui vivere, c’è una grande disponibilità a cambiare e un desiderio diffuso di esplorare un nuovo modo di relazionarsi e lavorare insieme.

Mai come ora viviamo quotidianamente in contatto con la discontinuità e con essa facciamo ogni giorno un passo dopo l’altro costantemente dentro una diversa dimensione del tempo. Un tempo per nulla lontano vivevamo l’oggi nella sua pienezza, cercando di raggiungere i risultati che maneggiavamo con lo sforzo dell’impegno e con la disinvoltura dell’expertise, sentivamo il passato come un percorso, un viaggio compiuto e il futuro come un progetto verso cui tendere.

Oggi il passato è nostalgia e fra noi e lui c’è una barriera invalicabile e definitiva, poiché sappiamo intimamente che nulla tornerà come prima e che sapremo adattarci a una diversa quotidianità; l’oggi è instabile e mutevole, poco padroneggiabile, poco conoscibile con le nostre storiche e consolidate categorie di pensiero e osservazione; il futuro è effimero, volatile, non prevedibile ed è quasi blasfemo pensare di poter fare progetti, perché la morte, la malattia non sono più, seppure illusoriamente, negabili, dimenticabili.

Viviamo in un clima sociale universalmente luttuoso, spinti da una duplice tensione: da un lato il bisogno di restare dentro la sofferenza, dall’altro il desiderio di ritrovare un rinnovato benessere. Dobbiamo e vogliamo continuare a fare un passo dopo l’altro, avendo aperto gli occhi su quattro grandi scoperte e altrettanti corrispondenti rigenerati bisogni.

La scoperta della nostra vulnerabilità: abbiamo sperimentato che l’esperienza umana è costantemente segnata dal confronto con eventi inattesi capaci di cambiare in modo imprevisto il destino. Alla scoperta della vulnerabilità corrisponde oggi il bisogno di sentirsi efficaci, di contrastare il senso di debolezza e inadeguatezza, di ricercare realizzazione, riconoscibilità, unicità, visibilità.

La scoperta della volatilità delle categorie di interpretazione della realtà, la scoperta del valore effimero delle certezze e dell’irrinunciabilità del “non lo so”, ci porta a far evolvere nuove e più inclusive forme di pensiero e a comprendere la necessità della capacità di dubitare delle proprie categorie di interpretazione. Alla scoperta della volatilità corrisponde oggi il bisogno della ricerca di senso, per stabilizzare l’instabile, per dare densità a un’idea, per poter lasciare un’impronta.

La scoperta della deriva cui conduce l’isolamento: abbiamo scoperto l’impatto che l’isolamento ha su di noi e sulle persone, sul timore di esclusione, sulla diffidenza, sul difficile equilibrio fra le nostre identità multiple, sul bisogno di iperconnessione affinchè nulla ci sfugga o ci prescinda. Alla scoperta della deriva dell’isolamento corrisponde oggi il bisogno e la ricerca di intimità e fiducia, per ritrovare i propri confini sociali e identitari, per sentire l’irrinunciabilità della nostra presenza nel contesto, per sentirci pienamente visti, accolti, desiderati, utili.

La scoperta dell’intensità delle emozioni, della paura, del dolore e della rabbia, emozioni da sempre custodite con cura e ora riemerse con impeto nella nostra quotidianità; spendiamo molte energie per tenerle a bada, sublimarle, canalizzarle, soffocarle, spendiamo molte energie anche per guardarci attoniti quando emergono senza filtri sufficienti, domandandoci perchè in certe situazioni diventano così pervasive ed esplosive. Guardandoci intorno vediamo fronti aggrottate, sorrisi tirati, sguardi tristi e disorientati, siamo immersi in una diffusa difficoltà a gioire, forse per non essere tacciati di fatuità, in una permeante difficoltà ad accogliere la lievità come occasione per stare bene anziché come segnale di superficialità. Dalla scoperta dell’intensità delle emozioni deriva il bisogno di sollievo, di provare piacere, di dimenticanza, di riappropriazione del desiderio.

I nostri compagni di viaggio, fluttuando nel loro peso e nella loro pregnanza, sono questi: vulnerabilità, volatilità, isolamento, intensità delle emozioni.

E con loro i nostri bisogni di sentirci efficaci, di percepire il senso delle cose, di essere inclusi, di provare sollievo.

Noi manager possiamo fare qualcosa nella quotidianità. A partire dalle parole, dal linguaggio, dalle intenzioni.

Seguiteci, perchè approfondiremo il tema in più puntate dedicate.

 

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