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BLOG

Le Nostre Parole

Dalle parole deboli
a quelle potenti.

La nuova semantica

digitale

 

di Paola Pirri
e Lara Cesari

Mag 3, 2021 | Letture

Le parole felici si assomigliano tutte, quelle infelici lo sono ognuna a modo proprio. E fra le parole infelici regnano sovrane le parole che escludono, che tagliano fuori.

Sono questi tempi di forzata lontananza, di isolamento, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Ognuno nella propria bolla, davanti al proprio computer, comunica per vie digitali con altri, lontani e soli, solo in apparenza insieme.

E sono molte le parole che in tali contesti possono ferire, promuovere un senso di esclusione, di non fare parte, di non avere potere di influenzare, di non avere semplicemente uno spazio per dare il proprio contributo.

Per una nuova pragmatica della comunicazione digitale impariamo a riconoscerle per evitarle e per aiutare gli altri a sostituirle con espressioni che possano invece diffondere il senso di orgoglio di essere diversi, insieme, valorizzati perché dissimili.

Le parole sono specchio del pensiero, e le nostre parole siamo noi, sono loro che ci definiscono all’interno delle relazioni che viviamo. Possiamo divenire escludenti se le scegliamo male, anche inconsapevolmente: bias, pregiudizi e stereotipi agiscono in modo implicito e automatico dentro di noi, esponendoci al rischio di far sentire gli altri tagliati fuori, di trasmettere ostilità e malanimo, di fare male pur senza intenzione di colpire.

Andiamo a scoprire le parole che respingono, perché se le conosciamo possiamo scegliere di usare formule espressive più inclusive.

Hanno potere di ferire le parole della svalutazione: andiamo avanti, non perdiamo tempo, parliamo di cose più serie, più importanti, più urgenti, questione da sesso degli angeli, cerchiamo di fare cose normali, lo abbiamo già fatto, questo è già visto, siamo seri, basta giocare, non ci inventiamo niente.

Svalutare è esattamente il contrario di valorizzare, di cogliere il buono di ogni contributo e spesso tocca la persona pur rimanendo ancorata al contenuto e in questo senso è ammessa, concessa e non incontra ostacoli nel serpeggiare all’interno dei gruppi di lavoro.

Prova a scegliere le parole che incoraggiano per capire meglio cosa vuole esprimere il tuo interlocutore, prova a usare le formule dimmi di più… aiutami a capire… raccontami…e cerca parole di apprezzamento per la parte buona della posizione altrui.

Fanno parte del gruppo parole infelici anche quelle che non ammettono replica e che vanno a forte chiusura: ovviamente, è scontato che, lasciamo perdere, evidentemente, senza dubbio, sono espressioni che chiedono agli altri di autocensurarsi, di riconoscere verità più vere, di aderire a un modello che non ammette sfumature, confronto e apertura.

Proviamo a trasformare in domande queste chiusure: ovviamente siamo tutti d’accordo può diventare cosa ne pensate? Senza dubbi può suonare più aperto se lo cambiamo in quali altri dubbi abbiamo? È scontato che lascia spazio se lo formulo come cosa abbiamo assodato, verificato, appreso, concluso? Evidentemente evita di chiudere se lo portiamo come una domanda, cosa è evidente?

Sono infelici i consigli non richiesti. Dire a un’altra persona io al posto tuo farei… significa negarne la soggettività, l’arbitrio, l’essere altro da me, ponendosi in una posizione di maggiore comprensione della situazione e del come agire nel contesto.

Anche in questo caso meglio proporre domande per aiutare la persona a riflettere, a esplorare e ad attivare pensiero. Vicino ai consigli ci sono le parole di chi dà l’esempio, di chi fondamentalmente chiede agli altri di fare ciò che fa, come lo fa quando lo fa. Come se ci fosse un solo modo, una sola via da percorrere e che l’approccio di tutti si deve uniformare a un modello precostituito e vincente. Se non fai come me commetti un errore, non vai bene, non sei aderente al contesto, stoni e suoni male, e comunque il mio è il modo corretto.

All’esempio sostituisci l’osservazione e il feedback, quello che nutre e che aiuta le persone a vedersi con gli occhi degli altri.

Per valorizzare il contributo altrui occorre scegliere parole che aprono alla possibilità, che svelano la bellezza degli altri, i talenti, le potenzialità. Se ti doterai di queste lenti capaci di cercare la meraviglia, intorno a te vedrai fiorire le persone, i progetti, le idee.

 

Leggi tutti gli articoli della nuova semantica digitale sul Blog: Le Nostre Parole

Per maggiori informazioni sul percorso formativo a distanza

attivabile da HXO Srl per le persone della tua

organizzazione puoi scrivere Francesca Sollazzo  f.sollazzo@hxo.it

 

Mag 3, 2021 | Letture

Le parole felici si assomigliano tutte, quelle infelici lo sono ognuna a modo proprio. E fra le parole infelici regnano sovrane le parole che escludono, che tagliano fuori.

Sono questi tempi di forzata lontananza, di isolamento, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Ognuno nella propria bolla, davanti al proprio computer, comunica per vie digitali con altri, lontani e soli, solo in apparenza insieme.

E sono molte le parole che in tali contesti possono ferire, promuovere un senso di esclusione, di non fare parte, di non avere potere di influenzare, di non avere semplicemente uno spazio per dare il proprio contributo.

Per una nuova pragmatica della comunicazione digitale impariamo a riconoscerle per evitarle e per aiutare gli altri a sostituirle con espressioni che possano invece diffondere il senso di orgoglio di essere diversi, insieme, valorizzati perché dissimili.

Le parole sono specchio del pensiero, e le nostre parole siamo noi, sono loro che ci definiscono all’interno delle relazioni che viviamo. Possiamo divenire escludenti se le scegliamo male, anche inconsapevolmente: bias, pregiudizi e stereotipi agiscono in modo implicito e automatico dentro di noi, esponendoci al rischio di far sentire gli altri tagliati fuori, di trasmettere ostilità e malanimo, di fare male pur senza intenzione di colpire.

Andiamo a scoprire le parole che respingono, perché se le conosciamo possiamo scegliere di usare formule espressive più inclusive.

Hanno potere di ferire le parole della svalutazione: andiamo avanti, non perdiamo tempo, parliamo di cose più serie, più importanti, più urgenti, questione da sesso degli angeli, cerchiamo di fare cose normali, lo abbiamo già fatto, questo è già visto, siamo seri, basta giocare, non ci inventiamo niente.

Svalutare è esattamente il contrario di valorizzare, di cogliere il buono di ogni contributo e spesso tocca la persona pur rimanendo ancorata al contenuto e in questo senso è ammessa, concessa e non incontra ostacoli nel serpeggiare all’interno dei gruppi di lavoro.

Prova a scegliere le parole che incoraggiano per capire meglio cosa vuole esprimere il tuo interlocutore, prova a usare le formule dimmi di più… aiutami a capire… raccontami…e cerca parole di apprezzamento per la parte buona della posizione altrui.

Fanno parte del gruppo parole infelici anche quelle che non ammettono replica e che vanno a forte chiusura: ovviamente, è scontato che, lasciamo perdere, evidentemente, senza dubbio, sono espressioni che chiedono agli altri di autocensurarsi, di riconoscere verità più vere, di aderire a un modello che non ammette sfumature, confronto e apertura.

Proviamo a trasformare in domande queste chiusure: ovviamente siamo tutti d’accordo può diventare cosa ne pensate? Senza dubbi può suonare più aperto se lo cambiamo in quali altri dubbi abbiamo? È scontato che lascia spazio se lo formulo come cosa abbiamo assodato, verificato, appreso, concluso? Evidentemente evita di chiudere se lo portiamo come una domanda, cosa è evidente?

Sono infelici i consigli non richiesti. Dire a un’altra persona io al posto tuo farei… significa negarne la soggettività, l’arbitrio, l’essere altro da me, ponendosi in una posizione di maggiore comprensione della situazione e del come agire nel contesto.

Anche in questo caso meglio proporre domande per aiutare la persona a riflettere, a esplorare e ad attivare pensiero. Vicino ai consigli ci sono le parole di chi dà l’esempio, di chi fondamentalmente chiede agli altri di fare ciò che fa, come lo fa quando lo fa. Come se ci fosse un solo modo, una sola via da percorrere e che l’approccio di tutti si deve uniformare a un modello precostituito e vincente. Se non fai come me commetti un errore, non vai bene, non sei aderente al contesto, stoni e suoni male, e comunque il mio è il modo corretto.

All’esempio sostituisci l’osservazione e il feedback, quello che nutre e che aiuta le persone a vedersi con gli occhi degli altri.

Per valorizzare il contributo altrui occorre scegliere parole che aprono alla possibilità, che svelano la bellezza degli altri, i talenti, le potenzialità. Se ti doterai di queste lenti capaci di cercare la meraviglia, intorno a te vedrai fiorire le persone, i progetti, le idee.

 

Leggi tutti gli articoli della nuova semantica digitale sul Blog: Le Nostre Parole

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